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Sons of Ethiopia – l’inno perduto di una generazione di esuli

Ormai lo sapete, qui a SpinnIt ci piace andare a scovare dischi strani, (s)perduti; dischi forse troppo avanti per il loro tempo e per questo non apprezzati, compresi. Dischi che, però, meritano di essere ascoltati, perché hanno tanto da dare e da dire.

Vi consiglio di andare a recuperarvi le puntate su L’Eliogabalo Imperatore e su Plantasia, giusto per citarne due.

Ad ogni modo, non è sempre facile trovare queste perle (s)perdute. Ci vuole fortuna, anche: una persona che ti racconta una storia, un vecchio libro, o, come nel caso di Sons of Ethiopia, una casa discografica che ti avvisa dell’uscita di una reissue.

Sono venuto a conoscenza di questo album di Admas, infatti, proprio grazie ad una mail di Frederiksberg Records, che molto gentilmente ci ha inviato una copia dell’album e un comunicato con le informazioni. 

Sons of Ethiopia è uscito per la prima volta nel 1984, realizzato in maniera totalmente autonoma da Admas, un gruppo di esuli etiopi scappati a Washington D.C. durante il Derg

Dovete sapere, infatti, che dal 1974 al 1987 in Etiopia fu instaurato un regime di tipo militare – Derg, appunto – sotto la guida di Aman Mikael Andom. Questo regime portò allo sterminio di migliaia di persone oltre che ad una vera e propria diaspora di cittadini etiopi verso altri lidi.

In particolare, molti giovani etiopi, per sfuggire al regime, si rifugiarono, negli States e nella capitale Washington D.C. Fra questi vi erano i membri principali di quella band che sarebbe diventata Admas: Tewodros ‘Teddy’ Aklilu, Henock Temesgen, e Abegasu Shiota. Artisti, ragazzi, già membri della band Gasha, cresciuti nella brutalità del regime e figli di una situazione che influenzò inevitabilmente la loro produzione musicale, oltre che le loro vite.

Fuori dalla golden era della musica etiope, infetti, essi rappresentavano il nuovo, che però non era accettato dal sistema. Un nuovo, insomma, nato tra sotterfugi e in generale alle spalle della musica propinata e accettata dal Derg.

Un tipo di musica, quindi, innovativa, per forza di cose. Distante dal presente – terribile – e proiettata nel futuro. Un futuro che, con l’ingresso negli Stati Uniti si trovò perfettamente a suo agio nella scena di Washington a cavallo fra gli anni 70 e 80 del secolo scorso. Che nonostante sia divenuta famosa per il punk e l’hardcore era, in generale, crogiolo di innovazioni e cambiamenti.

L’influenza di Washington, quindi, fu cruciale, perché permise ai membri di Admas di esplorare nuovi territori. Territori nuovi che, come spesso accade, vennero uniti alla tradizione musicale degli artisti, in questo caso quella etiope, dando vita ad un qualcosa di nuovo, innovativo e decisamente significativo per una generazione di esuli: l‘Ethio fusion. La naturale evoluzione dell’ethio jazz della golden citata in precedenza. Un genere che, partendo da radici etiopi, latine, soul e jazz, aggiungeva elementi di musica go-go, samba e reggae e soprattutto elettronica. La prima elettronica degli anni ’80, per intenderci.

Un suono nuovo, fresco e soprattutto libero. Nato proprio dalla necessità di libertà di questi ragazzi, questi artisti, che non a caso produssero il disco in totale autonomia e in pieno stile Do It Yourself.

Un disco e una band che, per quanto (s)perduti oggi, all’epoca divennero un punto un punto di riferimento per tutti gli esuli etiopi negli Stati Uniti e in particolare a Washington D.C.

A music of exile, insomma, capace di contenere al suo intero i sentimenti, talvolta contrastanti, di chi scappa dalla propria casa e dalla guerra: malinconia, nostalgia ma allo stesso tempo desiderio di libertà ed evasione

Un’opera che, a mio modo di vedere, rappresenta una sintesi perfetta di certe situazioni che, purtroppo, ancora oggi si ripropongono. E di cui spesso non se ne parla nella maniera corretta.

Non solo questo comunque, perché dal punto di vista puramente musicale, Sons of Ethiopia è una piccola perla jazz ed elettronica che sono davvero contento sia accessibile a tutti dopo tanto tempo. E che sono contento, io prima di tutti, di aver trovato.

L’album è disponibile su Spotify et similia, ma anche in vinile su Bandcamp. Ed è questa versione che vi consiglio veramente di acquistare: è la prima ed unica reissue autorizzata dal gruppo stesso, con tanto di audio e grafiche restaurate; e c’è anche un booklet bellissimo che racconta la storia della band attraverso interviste e fotografie.

Un album che riesce a rappresentare tutto ciò che è possibile fare con la musica quando non ci sono limiti o restrizioni e tutto viaggia in totale libertà.

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